Barbados e Annalee Davis alle Corderie dell’Arsenale alla Biennale 2026 (Italian)

Andrea Battaglini, La Stampa, May 14, 2026
"Coloro che producono opere geniali non sono quelli che vivono nell'ambiente più squisito, che hanno la conversazione più brillante, la cultura più vasta, ma quelli che, cessando bruscamente di vivere per se stessi, hanno il potere di rendere la loro personalità simile a uno specchio, in modo che la loro vita, per quanto potesse essere mondanamente e persino, in un certo senso, intellettualmente partigiana, vi si rifletta, giacché il genio consiste nel potere riflettente e non nella qualità intrinseca dello spettacolo riflesso".
 
Proustiano l'approccio della acclamata e ormai celebre artista, scrittrice, curatrice e ricercatrice barbadiana Annalee Davis che espone i suoi ultimi lavori, esplorativi della memoria ecologica, del sapere botanico e del potenziale futuro post sucar-cane-plantations installate dagli schiavisti coloniali britannici distruggendo l'humus autoctono e la biodiversità isolane, sia alle Corderie dell'Arsenale che ai Giardini della Biennale 2026 curata dalla compianta Koyo Kouoh (1967–2025) e intitolata "In Minor Keys", assai centrata sul Sud globale e alla voci marginali o considerate tali. Biennale 2026 che è la meno digitale e concettuale ma anche la più materica e ideologica delle ultime edizioni. Di fatto l'"arcipelago di oasi" come luoghi di riposo e contemplazione immaginato dalla Koyo pare un po' "fuori dal tempo" pur obliquamente affrontando l'attualità politica e non.
 
Si tratta, comunque, della prima volta in cui un’artista di Barbados viene inclusa nell’esposizione centrale della Biennale, nonché di un importante riconoscimento e vetrina di eccellenza per l’isola Sopravento, la fuggitiva orientale del Caribe. Il progetto espositivo della Davis è una missione articolata attorno al concetto chiamato plantationocene: un termine che colloca il colonialismo e il capitalismo estrattivo all'origine della crisi ecologica contemporanea. Barbados infatti fu la prima isola della tratta dello zucchero britannica nei Caraibi, "un laboratorio in cui questo sistema venne pensato e perfezionato ma che oggi l'autrice esplora con uno sguardo rovesciato: non di sorveglianza e dominio, ma di cura, ascolto e guarigione".
 
Nel suo studio infatti, situato in una fattoria operativa a St. George che fu una seicentesca piantagione, disegna, cammina, prepara tisane di erbe selvatiche e coltiva un apotecario vivente: "una pratica artistica che è una risposta all'urgenza climatica e all'estinzione delle specie (anche dell'estinto uccello piviere eschimese che svolazzava sull'isola e che la Davis espone mummificato in un calco, ndr) proponendo ecologie alternative a paesaggi esausti. "Come possiamo disimparare la piantagione?" è l'interrogativo che risuona nel cuore delle opere portate alla Serenissima.
 
Ci si domanda e ci si emoziona cogliendo la raffinatezza, di quelle cui mirano le artiste più consapevoli, sprigionata anche in un delicato collage di foglie secche e fragili ritmicamente collocate con gusto candido e infallibile o esibita presentando un elaborato mistico di merletti ad ago (simili a quelli storicamente lavorati a Burano apprezzati e comprati dalla Davis nei giorni di presenza lagunare assieme alla figlia Vandana Healy -Singh) importati alle Barbados dalle mogli dei colonizzatori inglesi nella notte dei tempi bui e luttuosi per la sfigurata madre-terra e per la popolazione sia nera che creola. Lavori che Annalee cuce con pazienza e lentezza arginando l'isterica, superficiale ma mediaticamente imposta velocità odierna. Una lentezza artigianale da assorbire, come suggerito anche dalla curatrice amica, ormai assente, Koyo. Ma già promossa in vero nel 1983 da Sten Nadolny nel suo romanzo "La scoperta della lentezza " in cui la finezza, la capziosità e le suggestioni poetiche restano in bilico tra rigore illuministico e ironia romantica, irridendo alla cieca convulsione del vivere attuale con la precisione e il piglio tipiche della tradizione letteraria di lingua tedesca. Ironia della sorte il libro, che parla della storica battaglia di Copenhagen consumata tra danesi e inglesi, ha per protagonista John Franklin, un ufficiale di marina in servizio sulle prestigiose navi da guerra britanniche (le stesse che navigavano il Caribe e il mare turchese di Barbados) ed è ambientato in un vascello dove Franklin non riesce ad afferrare le palle che gli lanciano i compagni né a spostarsi per evitare le cannonate nemiche. Immobile, capisce e non capisce. Rimugina parole. Stenta a esprimersi. Sembra un disadattato che però riflette, accumula nella memoria, costruisce dentro di sé, lentissimamente, una sicurezza incrollabile. E vincente come la preziosa calma - attiva - praticata dalla Davis.
 
Le opere della Davis inducono alla contemplazione, folla e prepotenti instagrammers permettendo: apparentemente fragili e languide (quella dell'erbario a parete "Let This Be My Cathedral") o più matericamente solide e sacrali (i merletti in bacheca ai Giardini). I ritagli di botanica storia coltivati nel suo giardino (foglie, semi, fronde, infiorescenze, baccelli) anche feriti e avariati dal peso del tempo svelano una collocazione poetica ponderata e ritmata da pieni e da vuoti e da toni e timbri di colore caldi e freddi. Sono accostati a sfondi blu Angelico che per gli afro-caraibici è tinta sacra offrendo protezione, pulizia spirituale e salva spiriti maligni. Nell'insieme, soprattutto se affiancate ad alcune installazioni che impegnano la sala 9 delle Corderie esente da didascalie e indicazioni con verve spettacolari talvolta volutamente kitsch, rivelano un carattere originale che, intrecciando ecologia, memoria coloniale e ritualità vegetale trasuda impegno e ricerca suscitando una riflessione profonda sulle eredità ambientali di Barbados e di tutto il Caribe. A proposito, per girare l'Arsenale e le buie Corderie lo smartphone è necessario perché info su opere e autori come un'intelligente segnaletica restano sconosciute. E va detto che l'allestimento alle Corderie e all'Arsenale è caotico, confuso e confusivo che finisce per nascondere le opere "minori" messe in ombra dalle più imponenti; ma non è il caso di quelle della Davis per fortuna.
 
Nei pressi del Ghetto una voce lucida, diretta e decisa è rimbalzata sugli affreschi del seicentesco Palazzo Diedo, attribuito al Tirali, scandito da alte finestre centinate e sede della Fondazione Berggruen Arts & Culture, all'incontro con la stampa per la presentazione dei suoi artistici manufatti. Con i gli occhi penetranti, il sorriso dolce, gli orecchini etnici e un sottile rossetto che richiamava il rosso intenso di una camicetta plissettata e dei sandali che sorreggevano caviglie eleganti ma tenaci, la Davis è parsa il prodotto di una terra di cui offre in sé un particolare drammatico incanto scorticato dai colonialisti inglesi. Da recuperare senza nostalgici compiacimenti. " Il Caribe è la frammentata area del globo che ha sofferto di più del progetto di colonizzazione e la sola a non avere una propria lingua madre, una sola identità linguistica: ufficialmente nell'arcipelago si parla o inglese o spagnolo o francese o olandese, idiomi imposti dai conquistatori. Divisivi. E, attestato che la crisi ambientale ha radici nel colonialismo, è evidente che l'ecologia dell'arte può e deve essere non soltanto strumento di memoria, lutto e rinnovamento, ma creare ponti politici e culturali tra anglo-caraibi e caraibi spagnoli ed è anche per questa missione che ho iniziato, ad esempio, una collaborazione con lo scrittore peruviano Miguel A. López, impegnato sullo stesso fronte con cui abbiamo affrontato temi che spaziano dal familismo caraibico alle infrastrutture culturali, dall'overtourism che ha rimpiazzato l'industria dello zucchero generando un motore economico da controllare e monitorare perché sta creando tante tensioni - nefasta è l'invasione con migliaia di ombrelloni delle nostre spiagge incontaminate snocciolate in un'isola dalla densità abitativa importante rispetto alle altre Antille Sopravento - alla necessità di forgiare un sostenibile ecosistema utile alle generazioni future da improntare assieme con piattaforme comuni, ispanofoni e anglofoni".
 
"Comunque" ha continuato la Davis "a proposito della biodiversità cancellata dalla monocultura della canna da zucchero, attività lucrativa confacente ai colonizzatori schiavisti che cambiò la vita agli indigeni, ho creato a Saint George per tre anni un giardino di piante che furono autoctone - tra cui il Palmetto Royal che era assai diffuso - a cui attingo per le mie opere ma che è stato distrutto già una volta da un uragano che risparmiò ironicamente solo una specie resistente: la canne da zucchero (i colonialisti furono preveggenti) ma non le foglie di tabacco che sono fragili né i bananeti meno resistenti al clima di Barbados. Insomma sto imparando day by day anche come risolvere la conservazione delle mie opere che possono essere delicate perché nelle mie opere sia tessili che vegetali realizzate con applique, ricami, tinture utilizzo materiali organici raccolti nel paesaggio attorno al mio studio nel cuore dell'isola: guaine di cocco, piume di uccelli, ventagli di mare, infiorescenze di palma, semi e rami di bambù. Lavori che nascono come ausili devozionali laici contro l'ansia ecologica e geopolitica e a favore del recupero della madre-terra modificata e rubata. E che certo non sono solidi concretamente come le mura dell'Arsenale. È comunque importante ricordare quello che Koyo Kouoh ha detto: muoverci lentamente e sintonizzarci in modo differente perché, ad esempio, la crisi climatica non è solo fuori ma dentro di noi, è interna e non esterna e che dunque dobbiamo monitorare le nostre azioni".
 
Insomma se per la Davis la missione è quella di cambiare l'approccio metodologico nei confronti della realtà dedicandosi con impegno pure all'equità e alla giustizia sicuramente ha raggiunto l'obiettivo allontanando le tenebre dalla vita di chi la guarda o di chi alla Corderie e ai Giardini osserva le sue opere.